La Chiesa cattolica di fronte allo scisma dei Lefevriani
Le aperture del concilio Vaticano II e la riforma liturgica approvata da Paolo VI provocarono le vivaci proteste degli ambienti tradizionalisti, che accusarono il Concilio e il papa di aver abbandonato la Tradizione introducendo arbitrarie innovazioni. Mons. Marcel Lefebvre (1901-1991) fondò nel 1970 la fraternità sacerdotale San Pio X e l’anno successivo il Seminario di Écône, in Svizzera, richiamando la Messa di san Pio V e la lotta di san Pio X contro il modernismo come modelli ai quali ispirarsi. In realtà la Messa postridentina non era affatto la “Messa di sempre”, come essi affermavano: nel corso della sua lunga storia la Chiesa aveva adottato diversi riti, che non erano considerati immodificabili, e solo nel XVI secolo prevalse il centralismo romano, che salvaguardò solo l’autonomia del rito ambrosiano.
I tradizionalisti contestavano in particolare l’abbandono della Messa in latino e l’introduzione nella liturgia delle lingue nazionali, che era stata motivata dall’esigenza di favorire una partecipazione più attiva dei fedeli (l’actuosa participatio auspicata dal Concilio). Inoltre essi volevano salvaguardare una concezione fortemente sacrale e sacrificale della Messa, incentrata sulla figura del sacerdote (concepito come mediatore tra Dio e il popolo, mentre il ruolo dei fedeli restava passivo), e tutelare il senso del mistero, per cui non accettavano lo spostamento della direzione dell’altare in direzione del popolo e l’introduzione di un linguaggio più comprensibile per i semplici fedeli. Essi interpretavano la regalità di Cristo anche in senso sociale e politico, schierandosi a favore di gruppi di estrema destra e rifiutando il decreto sulla libertà religiosa e l’ecumenismo e il dialogo interreligioso promossi dal Concilio e dalla Chiesa negli anni postconciliari.
Di fronte al rifiuto della riforma liturgica e all’atteggiamento separatista di Lefebvre, che non obbedì all’ordine di chiudere il seminario di Écône, Paolo VI fu costretto a sospenderlo a divinis (luglio 1976), vietandogli l’esercizio delle funzioni sacerdotali. Giovanni Paolo II cercò di raggiungere un’intesa ma dopo vari incontri col cardinale Ratzinger, culminati in un protocollo d’intesa sottoscritto il 5 maggio 1988, mons. Lefebvre ritirò la sua firma e il 30 giugno, nonostante la diffida ricevuta, ordinò quattro vescovi: un atto chiaramente scismatico che significava la rottura con la Chiesa di Roma. Fu pertanto scomunicato, e il 2 luglio il pontefice con la lettera apostolica Ecclesia Dei precisò che questa decisione dolorosa era stata resa necessaria dal comportamento di Lefebvre, che aveva vanificato tutti gli sforzi compiuti per salvaguardare la comunione ecclesiale. La radice dello scisma veniva individuata in una incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione, che non teneva conto del suo carattere vivo (in quanto essa “progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito santo», come affermava la costituzione Dei Verbum, 8)) e del suo legame necessario col magistero universale dei concili ecumenici de dei papi. Per venire incontro alla sensibilità dei fedeli legati alla liturgia preconciliare venne creata una Commissione che a certe condizioni avrebbe concesso, previa autorizzazione dei vescovi, l’uso del messale romano del 1962 (in latino).
Dopo la morte di mons. Lefebvre, sostituito nella guida della Fraternità da mons. Fellay, Benedetto VI fece un ulteriore tentativo di ricomporre lo scisma, annullando la scomunica, e col motu proprio Summorum pontificum (7 luglio 2007) autorizzò i parroci a celebrare la Messa secondo il messale del 1962 per gruppi di fedeli che lo richiedessero, senza bisogno di un’autorizzazione del vescovo: questa forma liturgica “straordinaria” si affiancava così alla forma “ordinaria” (quella del messale di Paolo VI). L’applicazione di queste direttive incontrò numerosi ostacoli e suscitò vivaci discussioni sulla sua interpretazione; e non riuscì comunque a ristabilire la comunione coi lefevriani, che continuavano ad accusare di “modernismo” la Chiesa uscita dal Concilio e la sua liturgia.
Dopo una verifica sull’applicazione del motu proprio di Benedetto XVI papa Francesco col motu proprio Traditionis custodes (16 luglio 2021) affermò che i libri liturgici postconciliari “sono l’unica espressione della lex orandi del rito romano” e ricondusse ai vescovi la facoltà di autorizzare l’uso del Messale del 1962, chiedendo loro di accertare se i fedeli che lo richiedevano accettassero o meno il magistero conciliare e pontificio. Tale accettazione era infatti condizione necessaria per il ristabilimento della comunione ecclesiale. Il 1° luglio scorso mons. Alfonso de Galarreta e mons. Bernard Fellay hanno ordinato quattro nuovi vescovi, ignorando gli avvertimenti della Santa Sede, ed è stata quindi comminata una nuova scomunica.
Queste vicende hanno evidenziato il fatto che al di là della preferenza di alcuni gruppi per la liturgia preconciliare in latino e del mancato rispetto di alcune norme del diritto canonico sussisteva, e sussiste tuttora, una questione ecclesiologica di fondo: si intendeva o no accettare il magistero del Vaticano II e dei pontefici successivi? Quale idea di Chiesa deve guidarci? Quella di una Chiesa che cammina e progredisce nella storia o quella di una Chiesa immobile, che assolutizza forme liturgiche nate in un momento preciso della storia?
La scelta di una forma liturgica non è quindi neutra, non può essere ridotta a una preferenza di ordine estetico e affettivo, ma riflette una determinata visione di Chiesa. Chi rifiuta il magistero degli ultimi decenni si erige a giudice della Tradizione attribuendosi arbitrariamente la facoltà di decidere che cosa è valido o meno. Inoltre una prospettiva storica mostra che nel corso dei secoli sono state utilizzate nella liturgia (sia pure tra vivaci discussioni) altre lingue oltre al latino e che la Comunione in mano e l’abolizione della balaustra che separava lo spazio sacro riservato al celebrante da quello dei fedeli non sono arbitrarie innovazioni ma rappresentano un ritorno alla prassi dei primi secoli cristiani, quando la divisione tra il clero e i laici non era così netta come nei secoli successivi al Concilio di Trento, che per i tradizionalisti rappresenta invece un modello rigido e non modificabile.
